Il vecchio Natale.

Il giovane Ferdinando era nato da circa trentacinque anni e i suoi genitori erano vecchi ma sempre severi. La tavola nella grandissima villa di famiglia era imbandita con pietanze abbondanti, fin troppe. L’argenteria scintillava ad ogni bagliore del fuoco nel camino. I numerosi membri della nobile famiglia erano arrivati tutti, elegantissimi e carichi dei grandi e preziosi doni da scambiare. Il cenone doveva essere pronto già da un pezzo e gli invitati sedevano al lungo ed imponente tavolo degli antenati della famiglia. Era la notte del ventiquattro dicembre, quel lontano e freddissimo Natale di molto tempo fa, sbiadito nei ricordi. Tutto sembrava come di solito, ogni anno, la stessa cerimonia. Ferdinando era un giovane benestante, di beni materiali, era alto e paffuto, si vedeva da molto lontano che il pane non gli mancava. Era ricco di denari, ma era povero allo stesso tempo. Povero d’amore. I suoi genitori mai gli avevano dimostrato un po’ d’affetto. Mai un bacio, mai una carezza. Sempre chiusi nella loro pesante autorità. Anche quando erano già vecchi, costringevano il loro figlio a seguire le regole severamente, senza mostrare la loro parte sensibile, che era da sempre nascosta, o addirittura assente. Ferdinando quindi non aveva un cuore, anzi lo aveva troppo freddo per provare dei sentimenti veri. Non aveva amici, non aveva conoscenti, viveva da solo con i genitori e la sorella piccola, nell’imponente villa a tre piani, con un  giardino interno ed uno esterno con la fontana al centro. Sopravviveva, più che viveva. I suoi gesti sempre gli stessi, la sua giornata tipo sempre uguale. L’unica cosa che aveva era la cultura, che aveva conquistato da solo studiando tutti i libri della biblioteca di casa. Ferdinando era così, timido al massimo,succube della sua stessa vita. L’unica fiammella di gioia in quella casa era Margherita, sua sorella più piccola. Si passavano quindici anni. La sua mamma non era riuscita più a fare figli dopo di lui per tanto tempo. Margherita arrivò d’estate, mentre lui era nato proprio il giorno della Vigilia di Natale.
Quel Natale era arrivato in fretta e Ferdinando doveva compiere trentacinque primavere, anzi inverni.
Margherita aveva compiuto vent’anni ed era bellissima. I suoi riccioli biondi le cadevano sulle spalle come batuffoli di cotone. Il suo viso era tondo e morbido, la pelle liscia con le gote rosse e gli occhi erano verde-acqua. Lei a differenza di suo fratello sprizzava gioia da tutti i pori, riuscendo a compensare la tristezza e la rigorosità della sua casa con la sua personalità esuberante. Ferdinando era legatissimo a sua sorella, anche se non glielo dimostrava. Ma lei lo sapeva lo stesso.
Quel Natale arrivò molto in fretta. Troppo. La tavola era imbandita e la casa affollata. Margherita, dopo aver scartato i suoi regali, con la sua felicità, uscì fuori sotto la neve alta da terra saltellando. Aveva intenzione di recarsi in Chiesa, nella notte di Natale. Lì vicino c’era un pozzo la cui apertura era direttamente sulla strada. Margherita saltellava e un cumulo di ghiaccio era vicino al pozzo. E vicino a Margherita. Non fu disattenta, ma lo prese lo stesso in pieno, scivolandoci sopra. Margherita è volata. Dopo solo vent’anni, nella notte di Natale, Margherita non c’era più.
La casa diventò subito ancora più gelida e cupa. Tutti i mobili si erano fatti grigi e tristi. Gli invitati erano fuggiti via. I genitori entrarono nel mutismo della morte. Ferdinando in un’angoscia infinita. La fiammella si era ormai spenta. L’unico piccolo barlume di positività era andato via insieme al Natale. Il Natale non c’era più. Non è più esistito in quella casa, soprattutto per Ferdinando.
Negli anni successivi, i parenti non vennero più in quella casa, per il tradizionale e formale cenone di Natale. Ferdinando non sopportava più l’aria pesante e gelida. Col passare degli anni i genitori invecchiavano sempre di più, e morirono tutti e due nella tristezza totale qualche anno dopo.
Ferdinando era sull’orlo dell’esasperazione. Aveva un masso al posto del cuore. Era un uomo e non sopportava più niente. Era diventato avido, non si importava di niente, non faceva più niente. La fredda casa cadeva ormai a pezzi. Ferdinando l’aveva abbandonata. Non sopportava più di vivere lì dentro. Tutto gli ricordava la morte. Viveva per strada, al freddo e al caldo. Era diventato magrissimo e un po’ curvo a furia di stare chino su se stesso. Campava grazie all’elemosina di qualche buon’anima. I capelli curati divennero più lunghi e disordinati. Grigi. Una folta barba crebbe sul volto rugoso e malandato. I suoi vestiti rimasero gli stessi per anni. Fino allo scorso Natale. Trovai Ferdinando sul ciglio di una strada, proprio la sera del suo settantesimo compleanno. Erano passati esattamente altri trentacinque anni dalla tragica notte. Anni che aveva passato nel peggiore dei modi. Cercava elemosina, non riusciva a parlare e mi ha fatto tanta tenerezza. I suoi occhi mi imploravano. Aveva addosso un cappotto strappato e basta. Faceva freddissimo, aveva nevicato abbondantemente. Il piattino dell’elemosina era vuoto. Ho deciso da subito di prendermi cura di lui, perchè subito ho sentito che se lo meritava. E non mi sono sbagliata. Quella sera lo portai a casa mia. Mio marito mi rimproverò e i miei figli piccoli avevano paura di lui. Era sporco e maleodorante, aveva ferite dappertutto. Soffriva tanto, dentro e fuori. Quella sera io non andai al cenone di Natale dai miei suoceri. Restai a casa a prendermi cura di Ferdinando, che tutti chiamavano il “barbone grigio”, per il colore dei suoi capelli e della sua barba. Quel Natale è stato forse il più bello per me. Lavai con tanta cura il corpo di un barbone, che piangeva per la gratitudine. Il mio cuore fu per un attimo un po’ freddo per la vergogna, ma subito fu irradiato dalla luce e dal calore della carità e del rispetto umano. Ferdinando merita solo rispetto. Lo feci accomodare nel letto di mio figlio piccolo, che dorme ancora nella culla. Non dormiva in un letto da trentacinque anni. Continuava a piangere ed io lo rassicuravo. Il giorno dopo mangiò per la prima volta dopo tutto quel tempo seduto ad un tavolo. Piano piano ha ricominciato a parlare, però parlava solo con me. Dopo un paio di mesi si è rimesso a livello di salute, perchè l’ho fatto visitare da tanti dottori. Piano piano mio marito e i miei figli lo hanno accettato. Mio figlio Davide, il piccolo, lo chiama “nonno”, e lui sorride. Mia figlia Alessia, la seconda, gli accarezza la barba prima di addormentarsi. Mio figlio Angelo, il grande, gli fa un sacco di domande a cui lui risponde col suo sapere abbastanza sviluppato. Mio marito gli tiene compagnia quando io sono al lavoro. Ferdinando è diventato un padre per me, anche se lui di figli non ne ha mai avuti, ed io ho perso i miei genitori quando avevo solo cinque anni. Lui mi dà tanti consigli e mi ringrazia per avergli cambiato radicalmente quell’ultima parte di vita che si accinge a passare. Io gli voglio bene. Questo Natale festeggeremo assieme il suo compleanno, come una famiglia più grande. Cercheremo in tutti i modi di fargli dimenticare la tristezza e di scaldare il suo cuore con il vero spirito del Natale. Alla fine il Natale per me è proprio lui, il nostro caro vecchietto.

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Un pensiero su “Il vecchio Natale.

  1. Carmela romano

    Il tuo racconto è davvero bello. Complimenti! Il tuo modo di raccontare è semplice e diretto.svela nei personaggi che dipingi passione per la vita è curiosità per l’umanità! Continua così!

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