La strada della speranza oltre la terra del rimorso

Avevo scritto un breve post sulla “Nuova Questione Meridionale”. Ora cerco d ampliare un po’ l’argomento qui. Dunque, dopo l’incontro del nostro Liceo a Pisticci, ieri mattina sono partiti due pullman per Potenza, dove è stata organizzata una manifestazione ben più grande. Ne hanno parlato molti media, ma non abbastanza. Meno male che c’è internet, luogo in cui la notizia si è diffusa meglio. Qui sotto copio l’articolo di un giovane studente, che ha preso parte molto attivamente del Presidio Permanete Pisticci.

Succede, a volte, in piccole realtà come quella Pisticcese, che in situazioni di grande pericolo e paura collettiva, la comunità riesca a trovare un modo per far lavorare fianco a fianco persone molto diverse tra loro, uomini, donne, studenti, Associazioni, che fino a quel momento erano invece una realtà frammentata e a sé stante della stessa comunità.
Succede che fenomeni come questi, cambino la realtà dei fatti nel momento stesso in cui si formano.
La mia generazione aveva bisogno di questo. Era in qualche modo intrappolata da questa piccola realtà, costretta a cercare qualcosa, qualsiasi cosa, fuori dalle strade, dalle piazze, dalle viuzze, dal centro storico di questa nostra realtà.
Quel gazebo verde, quei tavolini in plastica, quei lunghi discorsi fino a tarda notte, questo gruppo di lavoro rappresenta finalmente per noi la speranza. La speranza che qualcosa può davvero cambiare in questo piccolo pezzo di terra Lucana, che un futuro migliore non possiamo solo più sognarlo, un futuro all’insegna della cultura, del turismo, del lavoro.
Piano piano, il Presidio Permanente è diventata un’Istituzione, nel cuore della gente. Certo, non è stato facile innescare una comunità ormai assopita, stanca, svogliata dagli scempi politici che negli ultimi anni hanno privato questo territorio di ogni infrastruttura, di ogni credibilità.
La strada è ancora lunga, molto lunga, ma non più così in salita. Non più così in solitudine.Noi giovani, abbiamo l’obbligo morale di interessarci, di intervenire su questa situazione ambientale, e non solo. Non è più il momento di dare la colpa al politico di turno, o di lavarcene le mani credendo che nulla possa cambiare. Noi giovani dobbiamo essere il motore di tutto questo, l’anima di questa eterna questione meridionale, che fin’ora non ha giovato a nessuno, ma ci ha condannato alla precarietà, al dover abbandonare i nostri cari, le nostre case, la nostra terra, per cercare dignità altrove. E’ il momento di scendere in campo, di tralasciare un attimo la nostra routine e prendere in mano le sorti di questa terra. Ogni parola è importante, ogni pensiero è indispensabile. Perché domani non dovremo avere nulla di cui rimproverarci, nulla che ci impedisca di dormire; perché domani, quel rimorso che logora chi da 40 anni ha fatto si che questa terra morisse, godendo solo al momento dei benefici che quell’illusione di progresso ha portato a questa terra, ma morendo poi, piano piano, giorno per giorno, non colpisca anche noi, non ci uccida.
Il petrolio non è la nostra strada, non è il nostro futuro, non ci porta da nessuna parte, se non a risanare bilanci fallimentari, e morire, senza poter nulla. Perché della Basilicata, della Lucania, della Valbasento, di noi stessi non rimarrà nulla, se permetteremo questo scempio.
Oggi, a differenza di ieri, siamo più preparati. Sappiamo cosa significhi stuprare la nostra terra, sappiamo quali risultati ci darà. Oggi, a differenza di ieri, non fermare tutto questo è ancora più grave. Dobbiamo pretendere un’altra strada, un altro futuro, un altro sviluppo per questa terra, per la nostra vita.
In questi 15 giorni è stato fatto qualcosa di meravigliosamente grande. Abbiamo abbattuto distanze politiche, distanze personali, distanze territoriali, abbiamo in qualche modo vissuto.
E’ il momento di riprenderci ciò che ci appartiene per diritto, il nostro futuro!

Antonio Camardo

Grandissimo articolo. Io però ho risposto così:

Complimenti per l’articolo, che racchiude praticamente le idee di tante persone, pisticcesi e non. Aggiungo però un piccolo dispiacere, da parte mia. La reazione degli studenti del Liceo è stata a dir poco scandalosa. Una percentuale molto bassa di noi ha partecipato attivamente alle iniziative e alle manifestazioni. Eppure noi giovani siamo quelli che dovremmo rimetterci in piedi per non mirare, un domani, ad abbandonare questa terra di briganti (ora siamo diventati tali). Noi siamo quelli che dovremmo andare avanti non solo con le parole, noi siamo quelli che dobbiamo lottare affinchè il futuro non sia solo un viaggio alla ricerca del meglio. Il meglio dobbiamo averlo qui, dove siamo nati, dove ci sono le tradizioni, dove c’è la famiglia, dove c’è quel calore che solo la propria terra natìa può donare. Purtroppo, c’è scarsa partecipazione. C’è scarsa informazione. Non voglio essere pessimista, nè polemica, nè esagerata. Il disinteresse regna ancora, e spero soltanto che si possa fare qualcosa. Ovviamente parlo della mia generazione, che è più o meno successiva a quella della maggior parte dei ragazzi che hanno preso l’iniziativa del Presidio Permanente. E’ vero che è ritornata la speranza, ma sento che essa potrà morire se tutto quello che si è (ri)costruito adesso andrà perduto negli anni a venire.
Spero che le cose cambino, che a Pisticci, come nelle realtà analoghe, possa arrivare presto una rivoluzione culturale nelle nostre menti, che si arrivi a cercare il vero senso della lotta per il futuro, e non a perdersi in quei pochi pub tra alcool e droga illimitati.

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Un pensiero su “La strada della speranza oltre la terra del rimorso

  1. Giuseppe Cisterna

    Siamo persone che devono sopravvivere per cercare di vincere alla fine, non si pensa soltanto al potere e per il potere, è il caso di dire che oggi non si fa nulla per passione civile. I grandi uomini politici del passato erano apprezzati anche dagli avversari politici per gli obbiettivi raggiunti, quelli che sapevano prevedere il domani. Diciamo basta alle chiacchiere senza i risultati.

    “La vera rivoluzione deve cominciare dentro di noi” Ernesto Che Guevara

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