Vola tranquillo, Antò! C’è tanto posto in Paradiso!

Stasera sono malinconicamente ispirata. Non riesco a smettere di pensare ad Antonio, il mio amico Antonio, che ha deciso di interrompere il suo viaggio in questo mondo a soli diciassette anni. In realtà non lo ha deciso la sua anima innocente, lo ha deciso quella stronza della malattia, la distrofia muscolare.
Antonio lo conobbi quando avevo dodici anni, d’estate.. Andavamo al mare con una colonia di ragazzi organizzata dal comune. Lui non abitava nel paese ma in una frazione a qualche km, quindi non lo avevo mai visto prima.
C’erano bambini dell’età compresa tra i sei e i dodici anni. Mi ricordo che partivano tre pulmini: quello da Pisticci, quello da Marconia (l’altra frazione) e “quello dei disabili”, come lo chiamavano le vigilatrici, quelle acide e con la faccia ustionata dal sole. Si potevano fare in tutti tre turni in tutta la stagione estiva, io ne facevo sempre uno solo perchè dovevo partire in vacanza con i miei prima o dopo la colonia. Antonio invece li faceva sempre tutti e tre.

Lì al mare il comune aveva una convenzione col lido che ci ospitava. Mi ricordo il primo giorno in cui conoscevo solo i bimbi del mio pulmino. Arrivammo mentre si faceva casino e poi ci mettemmo a litigare perchè volevamo tutti l’ombrellone in prima fila. Il pulmino dei disabili era bianco e arrivava puntualmente in ritardo. Quel primo giorno io mi ricordo che arrivò dopo circa mezz’ora e una volta fatti scendere Antonio, Alin e altri bimbi disabili sul lido, non c’erano ombrelloni abbastanza grandi per far stare all’ombra le carrozzine. Allora la mamma di Antonio si arrabbiò e andò a far casino con i proprietari e le vigilatrici mentre io stavo lì a guardare colpita da questi ragazzi un pochino diversi dai casinisti che eravamo noi “normali”.

Alin è un ragazzo rumeno che era sempre accompagnato dalla nonna che non spiaccicava una parola in italiano. Un grande anche lui, parla con molta difficoltà e nessuno lo capiva. La nonna lo capiva solo se parlava in rumeno mentre io ho imparato a capirlo in pochissimo tempo, così con me poteva parlare anche in italiano. Lui l’ho rivisto non molto tempo fa, quando sono andata a Marconia, dove attualmente abita. In realtà non ci ho parlato perchè la nonna sicuramente non si ricorda di me e lui mi è sembrato molto diverso dopo quattro anni, però mi ha sorriso.. Chissà!

Ritornando ad Antonio.. dopo quel primo giorno passato sotto il sole perchè gli ombrelloni erano troppo piccoli, il giorno dopo i proprietari del lido si decisero a montare un gazebo bello spazioso, così era più comodo per tutti.
Io però avevo vergogna perchè lui era immobile, e la mamma gli stava sempre intorno. Non faceva mai il bagno perchè la mamma non ce la faceva a sollevarlo di peso, però lo portavano fino al bagnasciuga e gli buttavano l’acqua addosso con i secchielli giocattolo dei bimbi più piccoli. Io me ne stavo a guardare questa scena da sola, riflettendo, nascosta. Avevo paura che mi scoprissero, non so perchè. Gli altri giocavano ed io no, perchè lui non poteva giocare. Volevo inventarmi qualcosa per far giocare anche lui, ma avevo paura che sua madre mi rimproverasse. Non parlava mai, si lamentava solo se aveva dolori fisici, perchè se un braccio glielo mettevi in una posizione sbagliata, per lui erano dolori.
Non sorrideva neanche. E questo mi faceva male. E così il giorno dopo ancora, quando lui era sotto il gazebo con la nonna di Alin che gli badava e la sua mamma era in acqua a fare il bagno, di nascosto dalle vigilatrici entrai in acqua anche io. Lei si accorse che facevo parte della colonia e non mi lasciò di certo scappare via, non sapendo ovviamente che il mio scopo era quello di scambiare qualche parola solo con lei. Beh, quello che pensavo era solo apparenza, in realtà da quella volta diventammo amiche, se così si può dire, perchè mi faceva tantissimi complimenti, poi scherzavamo, anche in assenza di Antonio. Così con la complicità della mamma piano piano mi avvicinai anche a lui. Si ostinava a star zitto i primi tempi. Poi però parlava solo con me. Poi ne ho inventate di tutti i colori per farlo divertire, ma soprattutto per non essere rimproverata dalle vigilatrici visto che non facevo attività con gli altri.

Ogni mattina il ritardo del pulmino bianco era ansia pura. Non vedevo l’ora che arrivasse Antonio, per aiutare la mamma a sistemarlo sul lettino e riempirlo di carezze e barzellette. E poi facevamo le partite a carte io e lui contro la mamma.
Mi rattristava vedere che gli altri non volessero stare insieme a lui.. eppure ci hanno perso loro mica io! Per pochi giorni l’ho reso un po’ felice mentre la mia felicità era tripla. Antonio non mi ha dato nessun consiglio, nessuna opinione, ma mi ha regalato i suoi occhi grandi che quando lacrimavano non mi davo pace. Mi ha regalato molti dei suoi sporadici sorrisi..che non regalava a nessuno.

Una mattina forò la ruota della carrozzina sulla passerella. Dovette rimanere sul lettino un’intera giornata e ha sofferto tanto. E io sono stata seduta accanto a lui tutto il tempo. Sua mamma si commosse. Non ha detto neanche una parola. Aveva il viso sofferente ma non ha mollato un attimo. Non si scoraggiava, Antonio.

Un’altra mattina, bassina come ero, cercai di spingerlo da sola fino al bar e quando dopo tanto sudore bevemmo un tè ghiacciato di nascosto dalle vigilatrici scoppiammo in una grossissima risata. Sua mamma era felice.

Non dimenticherò mai l’ultimo giorno! Era previsto il giro in barca per tutti i bambini. Ovviamente tutti su una barca non entravamo e di barche ce n’erano due. Una più grande e una più piccola. Ci hanno divisi in due gruppi e io ero stata assegnata al responsabile della barca piccola. Ovviamente lui poteva salire solo su quella grande, (ammesso che avessimo trovato qualcuno in gradi di sollevarlo di peso). Appena lui lo scoprì si arrabbiò e iniziò a piangere. Io non l’ho visto subito e quando l’ho visto così continuavo a chiedere cosa gli fosse successo ma lui niente, non rispondeva. Quando l’ho scoperto mi sono incazzata fortemente e ho detto alla vigilatrice <<O con Antonio oppure io il giro in barca non lo faccio!>>
E’ intervenuta sua mamma e tutto si è aggiustato. Mi feci coraggio e andai a chiedere all’autista del pulmino di prendere Antonio e sistemarlo in barca, lui disse di si e con molta fatica ce l’abbiamo fatta. E’ stato bellissimo, perchè è stata l’unica volta che ho abbracciato il suo corpo fragile. E lui era strafelice. Eravamo diventati proprio amici.

E poi i giorni della vacanza finirono. Gli promisi che sarei andata a trovarlo a casa, ma purtroppo così non è stato… abbiamo perso i contatti. Che peccato, magari lo avrei visto diverso, lo avrei visto sorridere. Quell’anno lo rividi un’altra volta quando col mio gruppo folk andai a ballare vicino casa sua. Appena mi vide fu felice. Poi, di nuovo serio.
E poi non lo vidi più, perchè non usciva mai.

Due anni fa un’altra volta, era cresciuto ed aveva cambiato carrozzina. Un saluto velocissimo con lui e la mamma.
L’anno scorso invece l’ho visto distrutto. Era diventato pelle e ossa e non poteva stare seduto normalmente. Doveva essere per forza leggermente sdraiato. La forza per sorridere non ce l’aveva più. Le sue parole erano diventate ancora più rare di prima. Anche i muscoli della faccia lo avevano tradito. Non è possibile.. pensai. La mamma dietro quella carrozzina era la stessa di sempre. E conobbi anche il papà, umilissimo agricoltore, famiglia povera, il cui sogno era quello di avere una macchina col sollevatore per la carrozzina al posto della Fiat Uno mezza scassata, che avevano.
Ho scoperto che la macchina arrivò.. ma Antonio non l’ha usata poi così tanto tempo.

Antonio se ne è andato lo scorso 4 luglio, giorno dell’indipendenza americana. Io mi trovavo a Roma per la convocazione nazionale del Rinnovamento nello Spirito. Quando mio fratello me lo ha detto al telefono ero in pullman per il ritorno. Non piansi, ma sorrisi. Di sicuro ora non cammina, ma vola. La cosa più incredibile è che senza sapere niente, nelle preghiere gioiose durante la convocazione avevo pensato anche a lui.

Non sono andata al suo funerale perchè nessuno mi ci poteva accompagnare in auto. Non sono andata neanche alla messa di lutto per lo stesso motivo.

Venerdì sera ho visto sua mamma lì, vicino casa sua, visto che era la festa della Madonna del Carmine e lì è venerata. Non mi sono avvicinata perchè non ci riuscivo, lei era felice ma io solo a vederla mi lacrimavano gli occhi. Ieri sono andata a suonare con la banda sempre lì e mi è passata davanti. Mi sono fatta coraggio e l’ho chiamata. Mi sono avvicinata e l’ho salutata, lei mi si è gettata al collo col sorriso. Io avevo un nodo in gola incredibile.

<< Tu fai tante cose, quanto sei bella. Ora balli, ora suoni, ora canti. Sei cresciuta e sei fatta alta!>> e mi ha sorriso di nuovo. Io muta, col cuore in gola mi sono sforzata ed ho sorriso a mia volta.

<<Antonio non c’è più, nel sonno non respirava più. Cosa possiamo dire? Niente. Ora lui sta bene, la Madonna ci deve sostenere. Io sto bene, mio marito non tanto>>.
Io ho solo risposto che è andata come Dio vuole ed ho pensato che ora lui non soffre. Bisogna avere solo la forza necessaria per passare questo momento ed andare avanti. Non sono riuscita a dire molto. Gli occhi di Maria, la mitica mamma di Antonio hanno messo forza a me, quando doveva essere il contrario. Un’altro abbraccio di un secondo e poi lei è entrata a messa col marito. Io mi sono girata verso gli altri ragazzi della banda e una grossissima lacrima mi ha solcato la faccia.

Vola tranquillo, Antò! C’è tanto posto in Paradiso!

Ps. Ho scritto una canzone dedicata a lui.. devo solo concluderla.

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